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Mauro
Ambrogi
Intorno
al nome inglese “University Motors”, c’è
una filosofia tutta italiana di accurata preparazione, di meticolosa
cura e di pignoleria che ne fanno veramente una celebre Università
del motore. Mauro Ambrogi, genovese, classe 1945, di tutto ciò
ne è profeta: per sua iniziativa (e del fratello Roberto)
la struttura genovese si è affermata nel settore della preparazione
di auto da corsa, in Italia e in Europa, sin dai primi anni d'attività,
durante i quali è stata presente con successo nelle competizioni
automobilistiche sia per quanto riguarda i rally che le corse in
circuito.
Dotata di grande flessibilità ha collaborato negli anni con
importanti case automobilistiche e ha contribuito al successo di
numerosi piloti.
“Nel 1971, con mio fratello Roberto e Nick Bianchi, abbiamo
cominciato questa avventura. Agli inizi elaboravamo le Mini Cooper,
e in quello stesso anno abbiamo vinto Campionato della Montagna
con Marco Dal Bello e Franco Capietti, quest'ultimo al volante di
una Ford Escort BDA”
Dopo appena un anno, Nick Bianchi viene chiamato da Audetto e Fiorio
a collaborare con la Squadra Corse Lancia: quel trasferimento apre
le porte della “Universtity Motors” a una proficua collaborazione
con la casa automobilistica torinese.
“Nel 1972 abbiamo cominciato a lavorare sulle Fulvia:
la prima è stata la HF di Giacomo Pelganta, che correva con
i colori della Grifone. Ho frequentato un corso Torino per capire
tutti i segreti di quella vettura: allora nelle corse per il marchio
di Chivasso c’era solo la HF.”
Poi sono arrivate le Beta Coupé:
“Per tutto il ’73 abbiamo lavorato ancora sulle
Fulvia, quella Gruppo 4 di Pregliasco,
e le Gruppo 3 di Magnani e Billia. L’anno seguente la Lancia
ci incaricò di sviluppare la Beta Coupé e il primo
esemplare uscito dalla nostra officina fu quello guidato da Metha
al Rally di Sanremo. Poi vennero quelle con il motore a iniezione
per Carello, Ambrogetti,
Cavallari, Magnani e Codognelli. La parentesi con la Beta durò
solo un anno, poi la Lancia abbandonò il progetto per far
largo alla Stratos.”
Anche voi a questo punto avete concentrato l’interesse nei
confronti della nuova nata:
“Nel 1975 preparammo la prima Stratos per Carlo Bianchi,
che vinse anche il Rally dell’isola d’Elba. Altri piloti
privati si rivolsero a noi per allestire una vettura in Gruppo 4
e fu la volta di Alessandro Cola e Gian Franco Billia che nel frattempo
aveva abbandonato la Beta.”
Anche se la University Motors non può essere definito un
vero centro di ricerca e sviluppo nei confronti del Reparto Corse
Lancia, i rapporti con la casa costruttrice e la passione che Ambrogi
e i suoi hanno sempre profuso nell’evoluzione delle vetture,
ha fatto si che l’officina genovese diventasse ben presto
un crogiolo dove si studiavano e si provavano soluzioni tecnologicamente
avanzate.
“Facevamo per lo più degli esperimenti –
precisa Ambrogi – che poi, puntualmente pagavamo in gara!
Siamo stati i primi a montare l’iniezione, l’accensione
senza puntine della Magneti Marelli, abbiamo costruito anche una
testata a doppia accensione. Tutto per passione, per la volontà
di ricercare le maggiori prestazioni per i nostri clienti.”
C’era una modifica che “firmava” i modelli della
University Motors?
“Oltre a alle modifiche che ti ho già detto, che
forse erano più difficili da riconoscere sulla vettura, c’era
sicuramente lo scarico 6 in 1, che era invece facilmente identificabile
e che contraddistingueva tutte le nostre vetture, a esclusione della
prima, quella che Bianchi utilizzò all’Isola d’Elba
del ’76.”
Quali erano i vantaggi di questa soluzione?
“Al banco di prova avevano verificato che i tradizionali
scarichi (3 in 1 che uscivano dalle due bancate, ndr) alzavano
un po’ troppo la coppia. Utilizzando l’iniezione lo
scarico che avevamo studiato (costruito dalla OMP) ci assicurava
una maggior potenza ai bassi regimi e così la vettura diventava
più progressiva e facile da guidare. All’interno della
marmitta avevamo poi creato delle camere di compensazione che evitavano
i fastidiosi ammanchi di potenza: in questo modo anche il rombo
del motore risultava più silenziato. Ricordo però,
che alla prima uscita con lo scarico modificato, al San Gaicomo
di Roburent, la vettura di Carello non disponeva ancora del silenziatore
e così il ruggito della Stratos sembrava quello di una moto:
era così emozionante che quando modificammo lo scarico, molti
appassionati ci chiesero di tornare alla vecchia soluzione.”
Anche
l'impiego dell'iniezione Kugelfischer era frutto del vostro lavoro?
“Era proprio uno dei nostri esperimenti: il collettore
di aspirazione era stato realizzato su indicazioni dell’ingegner
Materazzi. La versione a carburatori era più violenta nelle
accelerazioni rispetto alla nostra, che diveniva, come già
detto in precedenza, più progressiva si potevano sfruttare
al meglio i cavalli a disposizione.”
Quanti esattamente?
“270 a 7.600 giri con la versione a 12 valvole, ma si
poteva già utilizzare bene la potenza a disposizione sui
3.000-4.000 giri.”
Sempre meno rispetto al propulsore a 24 valvole…
“Tieni presente che per i vantaggi che ti ho appena elencato,
un pilota come Tony Carello faceva gli stessi tempi delle Stratos
ufficiali che montavano il motore a 24 valvole… Se avessimo
mai lavorato su quella soluzione, avremmo “tirato fuori”
una barca di cavalli! Invece a fine ’77 il regolamento cambiò
e non se ne fece più nulla.”
Fu solo questo a impedirvi di lavorare sulla testata a 24 valvole?
“Era per di più una questione economica –
ammette - non tutti i nostri clienti-piloti potevano permettersi
un investimento economico di quel genere. Come per tutte le elaborazioni,
era possibile lavorare per gradi: si poteva scegliere di montare
solo quattro pistoni stampati, oppure dotare il propulsore dell'inizieione,
e così via. Già l’impianto frenante Lockheed
era di per se un salasso: però con quelle potenze erano necessari
per frenare, altrimenti si rallentava soltanto… Quando nel
1978 i regolamento cambiarono, per noi e per i nostri clienti, ci
furono solo dei vantaggi: tornavamo a giocarci la partita ad armi
pari.”
La University Motors ha preparato anche le Stratos che hanno corso
oltremanica con i colori della Chequered Flag: la preparazione era
la stessa?
“No, quelle Stratos non montavano l’iniezione ma
i carburatori Weber doppio corpo invertiti: la scelta era dettata
più dalla comodità di che dalla tecnica. Noi non prestavamo
assistenza in Gran Bretagna e quindi scelsero questa soluzione ritenendola,
a ragione, più gestibile in gara.”
Da
preparatore, quali erano i pregi e i difetti della Stratos?
“Era una macchina meravigliosa, ma uno dei difetti “fisici”
stava nella difficoltà di regolare l’assetto: poi c’era
il cambio… Se si rompeva andavi a casa…”
La cascata degli ingranaggi però, rappresentava un vantaggio:
“Si questo si, grazie alla possibilità di cambiare
velocemente i rapporti era possibile avere sempre il “cambio
giusto”, però se si sbagliavano gli ingranaggi si era
punto e a capo. I denti corrispondevano ma non i moduli e quindi
o si bloccava o si spaccava. Fortunatamente poi, il problema venne
risolto utilizzando una “guida” all’innesto del
cambio che forzava l’entrata di una sola marcia.”
Sono
stati vostri clienti piloti del calibro di Tabaton, Carello, Pittoni,
Bettega, Andruet, Vudafieri, Coleman: tanti nomi importanti:
“Direi che eravamo il vivaio della Lancia: ci affidavano,
per lo più, piloti giovani da far crescere. Basti pensare
appunto a Carello, Bettega, Cunico, Tabaton. Poi appena crescevano
ce li portavano via…”
Erano “clienti” difficili?
“La macchina era performante: Carello e Tabaton erano molto
veloci. Carello sbagliava di meno, Tabaton invece era troppo irruento
e ci volle più tempo per arrivare alla maturazione. Però,
devi sapere che i piloti, quasi tutti, se vanno forte è perché
sono bravi, se i tempi non vengono è la macchina che non
và…”
Molti però, furono i piloti privati che si rivolsero
alla University Motors per vincere al volante della Stratos:quale
tra questi ricordi con maggior affetto?
“No, questo non scriverlo – scoppia a ridere -
i piloti sono suscettibili, poi si offendono…”
Chi di loro ti impressionò per capacità o tenacia?
"Erano tutti piloti di grande valore: Bettega però,
a mio avviso, era il più tenace. Forse perchè arrivava
dalla "gavetta", nessuno gli aveva regalato nulla e per
arrivare al suo livello aveva faticato tantissimo e fatto molti
sacrifici."
Molti
anche gli stranieri come i francesi Serpaggi e Ravot, lo spagnolo
De Bragation, oltre ai piloti inglesi della scuderia Chequered Flag.
Hai qualche ricordo delle loro imprese?
"Provai una forte emozione con Sepraggi al Tour de Corse: era
sempre andato forte in Corsica, era la sua gara di casa, ma all'epoca
le speciali erano anche di 40 minuti, su strade impossibili, tortuose
e molto pericolose. Lungo una di queste, Serpaggi restò in
testa per i tre quarti della lunghezza, poi negli utlimi chilometri
ebbe un crollo fisico: a fine prova perse i sensi mentre era ancora
seduto in macchina... Per fortuna nei paraggi si trovava il dottor
Bortoletti che lo rianimò somministrandogli uno dei suoi
provvidenziali "intrugli" per consentirgli di continuare.
I piloti privati, per bravi che fossero, avevano dei limiti, per
lo più di preparazione fisica, nei confronti dei professionisti:
questo ne è un esempio."
Mauro Ambroogi continua a scavare nei ricordi: qual'è
stata l'emozione più grande che hai provato con la Stratos?
"La Stratos era un'emozione continua: quando terminavo
il lavoro di preparazione, uscivo dall'officino per andare a collaudarla
di persona. Avevo studiato un percorso ad anello che mi consentiva
di provarla a dovere: guidarla era davvero entusiasmante! Andavo
su fino a Recco e tornavo a Nervi dopo aver messo alla frusta motore,
assetto e freni. Oggi mi arresterebbero per molto meno..."
Tra le gare nelle quali hai seguito i tuoi clienti, qual'è
stata la più avvincente?
“Sicuramente il Giro automobilistico d’Italia del 1979
con Tony Carello: una gara talmente tirata da stancarmi come un’intera
stagione. Si arrivava a fine tappa la sera, si lavorava tutta la
notte e si ripartiva la mattina seguente. Carello quell'anno avrebbe
potuto vincere, ma poi dello zuccherò finì "inspiegabilmente"
nel serbatoio e così..."
Un brutto ricordo all'interno di in una bella esperienza...
Ci sono state di certo altre delusioni nella tua vita di preparatore?
"Senza dubbio! Grandi e piccole. Come ad esempio il Campionato
Italiano del 1976, quando con la Stratos di Bianchi abbiamo perso
il titolo per pochi punti."
Per la cronaca, a vincere quell'anno fu un'altra Stratos: quella
di “Tony”
Fassina...

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