Michele
Conti
L'ex
capitale sabauda è una città un po' timida e composta che piace
tanto alle persone riservate: Michele Conti amava la sua Torino
e le poche cose che riusciva a vedere dalla finestra del suo laboratorio.
Li,
nel vecchio e perbene quartiere di Sassi, incastrato tra l'argine
del fiume Po' che scorre sonnolento e la collina sulla quale domina
la basilica di Superga, c'è un palazzo con un piccolo portone che
si apre su tre rampe di scale. All'ultimo piano, in una minuscola
stanzetta, il più grande costruttore di modelli di tutti i tempi,
ti accoglieva sempre col sorriso sulle labbra.
Per
quelli come me, che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, è facile
ricordarlo chino sul piano di lavoro intento a cesellare uno dei
suoi gioielli in miniatura. Immerso nel consueto disordine di attrezzi
sparsi ovunque, incombeva l'apparecchio TV perennemente acceso a
fargli compagnia.
Parlare
della perfezione dei suoi modelli è troppo facile, ma bisogna avere
in mano uno di questi capolavori per rendersi conto che nel modellismo
Michele Conti è stato un vero genio.
Era
poco più che un ragazzo e già realizzava con estrema bravura e precisione
modellini di macchine copiandoli dalle riviste specializzate o addirittura
dal vero, come nel caso degli aerei che vedeva volare sulla testa
durante i bombardamenti.
Terminati
gli studi nel 1948, fu assunto agli stabilimenti Farina (dove già
lavorava suo padre) per disegnare fari e mascherine, ma appena poteva
correva in carrozzeria a veder costruire a mano, pezzo per pezzo,
le automobili. Più tardi, sempre con la stessa qualifica alla Pininfarina;
successivamente passò alla Ghia, collaborando contemporaneamente
con il designer Michelotti.
Alla
sera dopo il lavoro, mentre le prime luci tremolavano velate dalla
foschia, si ritrovava nel suo laboratorio per costruire i suoi primi
modelli. Allora servivano per procurare i primi soldi da utilizzare
per comprare il materiale: il legno, le lastre di rame, il gas per
le saldature.
Iniziava
copiando il modello sul cartone, poi lo riportava su un blocco di
legno che, debitamente ridotto, smussato, limato e corretto, diventava
il manichino in scala 1/10 sulla quale adattava il guscio ricavato
da una lastra di alluminio: tagliava poi le parti mobili come portiere,
cofano e portabagagli.
Il metallo
veniva trattato, sabbiato e infine verniciato: poi passava agli
interni. La moglie Maria lo aiutava cucendo la pelle o il
tessuto che andava a ricoprire i sedili e l'interno delle portiere:
un'immancabile presenza fra le mura di un ambiente familiare dove
poco più tardi si sarebbe aggiunto anche il figlio Maurizio come
prezioso collaboratore.
I modelli
di Michele Conti sono stati esposti ai Saloni di Torino, Parigi,
Cannes e vinto numerosissimi premi: tra i suoi clienti ci sono i
più grandi collezionisti del pianeta come il re Faruk, Rockfeller,
il re del Marocco, Pierre Bardinon che, nel suo castello di Clermond
Ferrand, ha una scuderia che comprende più di sessanta Ferrari d'epoca.
Conti
ha realizzato modelli della casa di Maranello e copie di altre prestigiose
marche come Lotus-Ford, Mercedes, Lancia, Maserati, Jaguar, Fiat,
Lamborghini, Porsche, Bugatti, Rolls Royce e Alfa Romeo.
È talmente
conosciuto che il postino della zona gli consegna lettere con gli
indirizzi più bizzarri come quella in arrivo da Singapore che tradotta
diceva così: "Michele Conti - Torino - Lato destro del fiume Po
- Italia".
Torino
è deserta: è da poco passato ferragosto. Sul ponte di Sassi ogni
tanto passa un autobus: c'è solo l'autista. Fa caldo e per questo
sono fuori dalla porta a cercare un po' di fresco. Un amico viene
a trovarmi in moto e in quel caldo monotono mi dice che "il maestro"
se n'è andato.
Sono
ancora tutti in vacanza e davanti alla chiesa ci sono solo quelli
che come me sono rimasti in città: qualcuno non l'ha neppure saputo,
altri non hanno fatto in tempo ad arrivare per dargli l'ultimo saluto.
Il "Grande
Miche" se ne andato senza far rumore, così come aveva vissuto.
Muore
il 17 agosto del 1996 per arresto cardiaco. Aveva 65 anni.
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