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Marcello
Gandini
Solo
i più giovani, forse, non conosceranno la sua storia, ma
questo genio del design, nato a Torino il 26 agosto del 1938, è
stato il creatore di molte automobili che rappresentano la vera
essenza dello stile italiano a partire dalla metà degli anni
’60.
Buona parte della sua arte creativa è stata infatti destinata
al design automobilistico, nonostante nella sua lunga carriera si
sia cimentato anche come stilista nel disegno industriale e in quello
dei complementi d’arredo.
Sul finire degli anni ’50, appena ventenne e spinto dalla
passione per l’auto, sperimenta le prime «rudimentali»
elaborazioni, incalzato da alcuni amici che disputano gare in salita:
crea così la prima “coda tronca” della storia,
segando (letteralmente) la parte posteriore della carrozzeria di
una Abarth 750 Zagato saldando ai bordi una rete per polli…
“All’epoca - ci ride sopra Gandini - non
prestavo molta attenzione ai particolari… Ero ancora troppo
distante dal concetto di “stile”: si trattava per lo
più di piccole modifiche, di personalizzazioni e libere interpretazioni.”
Qualche amico più facoltoso si fa invece disegnare una nuova
carrozzeria da adattare sulla Osca 1500 Barchetta: con l’aiuto
di un battilastra che lavora l’alluminio e la complicità
di un carrozziere, nasce la prima creatura di Gandini.
La passione è l’impulso che lo spinge a continuare
le sue esperienze come libero professionista: collabora con alcuni
carrozzieri minori e per questo fa la spola tra la sua città
natale e Milano.
“All’epoca i carrozzieri più noti come Moretti
e Viotti, solo per citarne alcuni, realizzavano internamente le
elaborazioni da esporre ai saloni, e pertanto non investivano denaro
per assicurarsi l’operato di un design esterno: così
era sempre più difficile farsi conoscere.”
Di conseguenza, accetta la proposta che nel 1965 gli viene da Nuccio
Bertone che già in passato si era interessato al giovane
Gandini, proponendogli di diventare responsabile dei nuovi modelli.
“Pochi anni prima, dopo aver esaminato alcuni miei disegni,
volle incontrarmi - ricorda il design torinese - ma non
trovammo l’accordo: in quegli anni (dal 1959 n.d.r.) il responsabile
stile era Giorgetto Giugiaro… Solo più tardi, nel 1965,
quando Giugiaro assume la direzione del Centro Stile della Carrozzeria
Ghia, quel posto in Bertone divenne mio…”
Ne nasce una lunga collaborazione che dura fino al 1979, quando
Gandini decide di riprendere l’attività di disegnatore
indipendente, prestando la sua opera ad altri importanti marchi
del design.
Attraverso la sua «matita» ha comunicato lo
spirito di libertà che è proprio del suo temperamento:
i lavori sono sempre originali e ipermoderni, come testimonia il
suo curriculum, che a ragione sarebbe meglio chiamare, percorso
artistico.
Il talento di Gandini è dimostrato dalle molte vetture tra
le quali le più famose sono la Lamborghini Diablo, Miura
e Urraco, la Alfa Romeo Montreal, Maserati Ghibli, Pantera De Tomaso,
Bugatti EB 110, Fiat X19, oltre naturalmente, alla Lancia Stratos.
Gli chiediamo se tra queste ce n’è una che ricorda
in particolare.
“Non ho l’abitudine - risponde senza pensarci
su - di associare un disegno al risultato ottenuto. Voglio dire:
non sono legato al successo che ha avuto questa o quella vettura,
piuttosto sono affezionato al ricordo delle persone che hanno collaborato
al progetto o alle situazioni che hanno condizionato le fasi di
realizzazione.”
Per
esempio?
“Se penso alla Lamborghini Marzal, mi torna alla memoria
la notte precedente al Salone di Ginevra: avevamo soltanto poche
ore per finire il lavoro e a mezzanotte avevamo ancora il cambio
smontato sul pavimento… Ricordo allora Bob Wallace, l'ingegnere
inglese che McLaren portò in Italia con l’intenzione
di farlo correre e che invece arrivò alla corte di Ferruccio
Lamborghini, quando questi assunse alle sue dipendenze il meglio
tra gli ingegneri della Ferrari e della Maserati: Gianpaolo Dallara,
Paolo Stanzani e Giotto Bizzarini. Comunque, nonostante l'affanno,
riuscimmo a finirla in tempo utile e la mattina seguente venne caricata
sulla bisarca con destinazione Ginevra.”
E se le chiedo i ricordi legati alla Stratos?
“Anche quelli li definirei... simpatici. La versione definitiva,
la Gran Turismo, nacque in poco tempo e senza troppe indicazioni.”
Ma la Stratos così come la conosciamo oggi, prende origine
dal Prototipo Zero: ci racconti l’intera storia.
“Nella primavera del 1970 cominciammo a pensare quale
novità stilistica avremmo portato al Salone di Torino. Come
sempre era necessario realizzare un “oggetto” che attirasse
l’attenzione dei visitatori e soprattutto degli addetti ai
lavori: l’importante era far parlare di se. Bertone non voleva
esporre un manichino, pretendeva di motorizzare anche l’esemplare
esposto e la sua idea fu quella di realizzare una vettura a trazione
posteriore e motore centrale. Comprammo una Lancia Fulvia 1.6 di
seconda mano (e anche molto male in arnese…) ma a noi interessavano
soltanto il motore e cambio.”
Quel prototipo è ancora oggi avveniristico: come le venne
in mente di disegnare quella linea a cuneo estremo?
“Come le ho gia detto, era inutile, allora come oggi,
presentare un esercizio stilistico che non colpisse l’immaginazione.”
L’obiettivo venne centrato e il Prototipo Zero affascinò
e stupì i visitatori dell’esposizione grazie alle sue
forme avveniristiche. Le misure parlano da sole: era larga ben 1.879
mm, anche se lunga soltanto 3.580 mm. Il passo era di 2.220 mm.
e l’altezza ridotta a 840 mm. Il peso complessivo dichiarato:
710 Kg.
Nonostante si trattasse di una vera e propria «dream car»,
lo studio rivoluzionario di Bertone aveva comunque gettato le basi
per un auto a motore centrale che consentisse di sfruttare al meglio
un elevata potenza.
Tra i visitatori dell’esposizione uno in particolare se ne
innamora, ma non soltanto del prototipo che si trovava esposto nello
stand, ma di ciò che mentalmente era già in grado
di immaginare: questi è Cesare Fiorio, già promettente
direttore del Reparto Corse della Lancia che intravede in quel primo
esemplare l’opportunità di realizzare la nuova «arma
assoluta» per rilanciare la Casa di Chivasso nei rally.
“Un mattino - prosegue Gandini - venne a trovarmi
Cesare Fiorio accompagnato dal padre Sandro, che all’epoca
era Responsabile delle Pubbliche Relazioni della Lancia: voleva
trasformare quel prototipo in una vettura da rally… "Cosa
deve fare una vettura da rally?" chiesi meravigliato! Deve
essere leggera e maneggevole, fu la risposta. Non era facile però,
realizzare ciò che mi stavano chiedendo, ma Nuccio Bertone
e Cesare Fiorio, sostenuto dal padre, sembravano entusiasti.”
Come più volte è stato ricordato nelle pagine di stratosmania.com,
la storia di questa straordinaria autovettura si deve, in modo particolare,
a due figure che recitarono un ruolo fondamentale per la riuscita
del progetto: da una parte proprio Nuccio Bertone e dall’altra
l’ingegner Pierugo Gobbato,
il Direttore Generale della Lancia.
Nel frattempo, Cesare Fiorio, sfruttando al meglio la sua strategica
posizione e utilizzando con intelligenza gli innumerevoli collegamenti
all’interno dell’impero Fiat, ottiene ciò che
desiderava: convincere Gobbato a far valere, pur tra mille difficoltà,
la Stratos come nuova arma per le competizioni.
È il 17 febbraio del 1971 quando Nuccio Bertone, accompagnato
da Beppe Panicco, presenta il prototipo «Zero» ai vertici
della Lancia: il Direttore Generale Pierugo Gobbato, con la complicità
di Umberto Agnelli, decide a favore del progetto.
Così com’è però, la Stratos non va bene,
serve maggiore “concretezza”: una macchina più
alta e corta, con porte tradizionali (e non con l’accesso
dal parabrezza) e un motore più potente del 4 cilindri della
“Fulvia Coupé”.
Marcello Gandini comincia a lavorare al progetto…
“Non è che mi avessero detto un gran ché:
sapere che doveva essere leggera e maneggevole non bastava. Che
motore avremmo montato? Come doveva essere il telaio? Vestire una
automobile senza conoscere nello specifico la meccanica era un compito
infelice… Così lavorammo ad un paio di soluzioni ma
restava l’incognita del motore: Ferrari non sembrava interessato
a cedere il proprio 6 cilindri alla Lancia e pertanto il Reparto
Corse non era in grado di fornirci i disegni. Arrivavano le indicazioni
più disparate: si passò dal motore dell’Aurelia
al quattro cilindri della Beta, ma sia Bertone che Fiorio erano
convinti che sulla Stratos, alla fine, si sarebbe montato il Dino.”
E infatti, al termine di una estenuante trattativa, Gobbato riesce
ad aggiudicarsi la fornitura dalla casa di Maranello.
“Si,
infatti è proprio così… Peccato che nessuno
si sia chiesto come mai quel motore calzasse alla perfezione nel
telaio…”
Cosa intende dire?
“L’utilizzo di un motore piuttosto che un altro
implica, in fase di progettazione, uno studio accurato degli ingombri,
dei passaggi, degli scatolati, insomma di tutta la struttura del
telaio.”
A me risulta che per effetto di questa incertezza, a voi venne chiesto
di realizzare un ampio vano motore, proprio per consentire di posizionare
anche un propulsore di grandi dimensioni: pensiamo alla opportunità
del Maserati montato sulla Citroen Merak...
“Va tutto bene, eppure, quando Ferrari si decise a fornire
i motori, il "Dino" calzava a pennello e gli attacchi
combaciavano perfettamente…”
Quindi?
“Guardi, questo non l’ho proprio mai detto a nessuno…
- Gandini sorride e poi continua - All’epoca in Bertone
stavo disegnando anche la Ferrari 308 GT4 che, almeno inizialmente
avrebbe dovuto montare il Dino V6: per questo in magazzino era stata
consegnata una unità per procedere al progetto. É
vero che la Lancia non mi aveva ancora dato i disegni, ma io disponevo
del motore originale. D’altra parte deve sapere che per gli
ingombri della cascata degli ingranaggi del cambio è necessario
prevedere uno spazio ben definito: per riuscire poi a far entrare
il motore nel vano del telaio, fui costretto a studiare, con l’aiuto
di un disegnatore esterno (e per una notte intera) una speciale
struttura a “cavatappi” …”
Un latro piccolo scoop di stratosmania.com!
“Certo all’epoca non potevo dire alla Lancia che
disponevo di un Ferrari Dino V6 perché stavo lavorando alla
308 GT4, ma mi sorprende che nessuno si sia mai chiesto perché
il telaio della Stratos, pur senza precise indicazioni, sembrava
proprio fatto su misura per quel motore…!”
Gandini quindi, riuscì a trarre vantaggio per il progetto
della Stratos da un’altra vettura che venne realizzata due
anni più tardi e per la quale venne preferito l’otto
cilindri a V di 90°!
E la carrozzeria a che punto era?
“Di modelli ne avevamo fatti un paio, ma nessuno ci convinceva:
si avvicinavano le vacanze estive e il nostro impegno era quello
di presentarla in autunno, al Salone dell’Automobile di Torino.
Il tempo stringeva. Così decisi di fermarmi a lavorare nel
mese di agosto: radunai alcuni tra i migliori modellisti, Di Camillo,
Bottalico e Gasparro, tutti di Sulmona, in Abruzzo, e nel giro di
quindici-venti giorni il modello definitivo della Stratos venne
realizzato. Dipinto con una mano di Ducotone beige, con i vetri
di cartone colorati di nero, venne presentato ai vertici della Lancia
di ritorno dalle vacanze estive. Il modello era stato ricavato spaccando
in due i precedenti: era pieno di buchi e per questo un po’
malandato. Gobbato fu uno dei primi a vederlo: non espresse nessun
giudizio, ma era evidente che non fosse proprio entusiasta…”
Di quel
modello restano soltanto alcune fotografie, realizzate dal centro
stile Bertone, per pubblicizzare la nuova nata. Pochi mesi più
tardi, nel novembre del 1971, Bertone presenta al Salone Internazionale
dell’Automobile di Torino, il primo esemplare della Lancia
Stratos: un compatto Gran Turismo che, sia pur nella veste stradale,
lascia presagire la temibile versione da competizione. La carrozzeria
era costruita in alluminio: si trattava di un modello statico poiché
che l’accordo con Ferrari non era ancora stato raggiunto (verrà
siglato qualche mese più tardi, e precisamente l’11
febbraio del 1972).
La produzione dei primi modelli della Lancia Stratos comincia il
23 luglio del 1972, anche se quella di serie ebbe inizio un anno
più tardi presso gli stabilimenti della Bertone a Grugliasco,
nei pressi di Torino.
“Facemmo alcune modifiche prima di cominciare la produzione
di serie: il passo del primo esemplare, quello presentato al Salone
di Torino, era di 2 metri e 16 centimetri che divennero poi 2 metri
e 18. Infatti per il progetto iniziale avevo utilizzato il passo
delle Porsche che era di 2,16 appunto, perché le indicazioni
erano di una vettura che doveva essere soprattutto maneggevole.
Cambiammo il disegno delle prese d’aria sul cofano anteriore
e modificammo qualche altro particolare sulle indicazioni che ci
vennero fornite dalla Lancia. Ricordo che il progetto prevedeva
anche le sospensioni a quadrilateri posteriore, invece poi si utilizzò
lo schema McPherson. In Bertone ci occupammo principalmente dell’assemblaggio
e della verniciatura, più che della produzione vera e propria,
appoggiandoci anche alla Silver Car di Caramagna. Per problemi
di budget, più che strutturali, si decise di comune accordo
con la Lancia, di far costruire i telai a Modena, mentre alcune
parti della carrozzeria erano opera della TIR di Bagni a Reggio
Emilia. Questa realizzava le carrozzeria in resina per la Ferrari
e i particolari prodotti vennero impiegati soprattutto per le corse:
erano più leggeri e resistenti, ma anche molto più
cari… Il resto dei particolari erano invece prodotti dalla
Socar, una società del Gruppo Bertone.”
L’avventura
della Stratos si esaurisce con la produzione dei 500 esemplari per
l’omologazione in Gruppo 4?
“Niente affatto: a partire dalla fine del 1972 e fino
a tutto il 1979, amministro la Stile (oggi “Stile Bertone”
n.d.r.) che continua a collaborare con la Lancia per tutte le modifiche
strutturali di cui le Stratos avevamo bisogno per correre nei rally.
Realizziamo i rinforzi per gli attacchi delle sospensioni e tutte
le modifiche alla carrozzeria. Anche le protezioni utilizzate durante
il Safari Rally erano opera nostra.”
Quindi operavate in sinergia con il Reparto Corse della Lancia?
“Certamente. Conoscevamo bene la vettura, ogni particolare
era stato disegnato all’interno della Bertone e quindi era
più facile, soprattutto per la Lancia, lasciare a noi il
compito di modificare le parti necessarie.”
Ci furono modifiche particolarmente impegnative?
“Ricordo che ci venne richiesto di “allungare”
il passo della versione Turbo per l’impiego in pista. Se all’inizio
del progetto si pretendeva maneggevolezza, in seguito, per le gare
di velocità, l'incremento della potenza esigeva una maggiore
stabilità. Non era pensabile ricorrere alla costruzione di
un telaio ex-novo, pertanto recuperammo le parti sane di due Stratos
incidentate: una volta segate a metà, le saldammo insieme…”
A trent’anni di distanza, cosa cambierebbe della Stratos?
“Dopo trent’anni nulla, è passato troppo
tempo. Per fortuna ti accorgi di eventuali modifiche in fase di
progetto o a poca distanza da esso. Peggio quando vorresti modificare
qualcosa ma non ne hai più il tempo! Probabilmente, dopo
qualche anno, ci si accorse che la Stratos era un po’ troppo
leggera all’avantreno: per quanto riguarda lo stile invece,
bisogna ricordare che i gusti cambiano e quello dell’epoca
voleva un automobile più affusolata: potrei dire che oggi
la Stratos ha poco volume sulle fiancate.”
Per
questo il prototipo realizzato per Stola e ispirato alla Stratos
non è più così affusolato?
“Stola è un grande appassionato di Stratos e mi
chiese di interpretarla in chiave moderna: il desiderio era quello
di poterla ancora chiamare così, invece restò un semplice
esercizio stilistico che alla fine prese il nome dalle mie iniziali.”
A proposito: a chi venne in mente nel 1970 di chiamarla Stratos?
“È molto semplice. In Bertone lavorava un giovanotto
(mi pare sia andato in pensione proprio l’anno scorso…)
che si dedicava alla costruzione di aerei in scala. Per un breve
periodo seppe trasmettermi la passione per il modellismo. Sono meticoloso
nel disegno ma non ho mai avuto la pazienza sufficiente per dedicarmi
a questo hobby: incollare legnetti non era affar mio! Comunque sia,
nell’entusiasmo iniziale, acquistai in Germania un veleggiatore
che si chiamava Stratos. Quel nome evocava spazi infiniti e mi sembrò
accompagnare bene le linee futuribili del “Prototipo Zero”
che stavo disegnando. Poi c’era anche il progetto degli Stratò,
un paio di sci che non vennero mai realizzati. Insomma, tra il semplice
Stratos del veleggiatore e gli sci Stratò, decidemmo di aggiungere
quell’apostrofo che trasformò il logo della Stratos
in Strato’s. Mi dispiace: forse la storia del nome non è
proprio originale, però è proprio così…”
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