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Pierugo
Gobbato
Come più volte
viene ricordato anche nelle pagine di stratosmania.com,
la storia di questa straordinaria autovettura si deve in modo particolare
a due figure che recitarono un ruolo fondamentale per la riuscita
del progetto: da una parte Nuccio Bertone, maestro carrozziere al
quale si deve la realizzazione del prototipo dal quale prese forma
la vettura definitiva; dall'altra l'ingegner Pierugo Gobbato, Direttore
Generale della Lancia, che riuscì a far valere, pur tra mille difficoltà,
la Stratos come nuova arma per le competizioni.
Trovarsi di
fronte a questo manager d'altri tempi è davvero emozionante: Gobbato,
arzillo ottantacinquenne, esercita ancora il fascino del comando
con la stessa autorità e tenacia, con le quali, poco più di trent'anni
fa, impose ai vertici Fiat la realizzazione della Stratos.
"La
prego di scusarmi perché è probabile che io faccia un po' di confusione
con le date, oppure non ricorderò esattamente tutti i nomi. Però
sa, sono passati tanti anni."
Comincia così
la nostra intervista a Pierugo Gobbato che finge di non capire che,
al suo cospetto, i più emozionati siamo proprio noi! Di quella pagina
così importante della sua vita e di una carriera ormai al culmine
del successo, ricorda invece ogni particolare, comprese le date
e i nomi dei protagonisti.
Senza bisogno di ulteriori incitamenti,
senza neppure la necessità di porgli alcuna domanda, l'ingegnere
comincia il suo racconto, accompagnandoci in un viaggio a ritroso
nel tempo, ricco di preziose testimonianze. A volte ci scherza un
po' su, e così ci narra di come nel suo destino fosse segnato,
fin dalla generazione precedente, il suo futuro rapporto con la
casa di Maranello e con il «cavallino rampante».
"Mio
padre abitava a Volpago del Montello, in provincia di Treviso, ed
era ufficiale del Genio Aeronautico. Curò il settore tecnico della
"Squadriglia" di cui faceva parte uno dei pionieri dell'aviazione
italiana: Francesco Baracca. Questi, eroe della prima guerra mondiale,
il 30 giugno del 1918, cadde a un tiro di schioppo dalla casa di
mio padre. In seguito fui io a prestare servizio presso lo stormo
da caccia "Baracca"; poi andai a lavorare in Ferrari dove ritrovai
il simbolo che il giovane e ardimentoso asso dell'aviazione romagnolo
aveva scelto quale emblema del proprio aereo; infine, nel periodo
di permanenza a Milano, abitavo nei pressi di Piazzale Baracca."
Forse
non è il caso di ricordarlo, perché questa romantica storia la conoscono
tutti, ma il simbolo che oggi rappresenta il mito automobilistico,
quel Cavallino Rampante che incarna la leggenda della Ferrari, era
stato l'emblema dell'aereo di Francesco Baracca. Si narra che l'aviatore
romagnolo scelse il «cavallino rampante» per due motivi: il primo
perché era un valido cavallerizzo, il secondo perché Baracca faceva
parte del "Battaglione Aviatori" che dipendeva dalla cavalleria
e che aveva come emblema, proprio un cavallino rampante. Cinque
anni dopo la sua morte, si disputò a Ravenna una gara automobilistica
che fu vinta da Enzo Ferrari. Durante la cerimonia di premiazione,
il giovane Enzo conobbe la madre dell'aviatore, la contessa Paolina
Biancolli Baracca e questa gli fece dono di una cartolina che ritraeva
il figlio accanto al suo aereo: in quella occasione la donna gli
chiese di utilizzare quello stemma sulla propria autovettura. Misteriosamente
però, Ferrari lo fece solo nove anni più tardi, nel 1932, quando
le Alfa Romeo della "Scuderia Ferrari" vennero schierate alla 24
Ore di Spa, in Belgio, e dove, per la prima volta, fece la sua comparsa
uno scudetto a fondo giallo con un cavallino rampante nero, simile
a quello di Francesco Baracca. Le sue macchine trionfarono e Ferrari
non si staccò più dal quell'effige. Queste sono le origini di una
leggenda che ha avvolto un intero secolo e prosegue nel terzo millennio.
Anche
Pierugo Gobbato ha dei trascorsi come pilota, partecipò infatti
a tre Mille Miglia: nel 1937 con la Balilla Spider, nel '38 con
una Lancia Aprilia e nel '39 con la Lancia Aurelia.
Nato a Firenze
il 12 giugno del 1918, Gobbato venne assunto, nel primo dopoguerra,
dalla "Motori Marini Carraro" di Milano, dove lavorò per oltre dieci
anni adoperandosi allo sviluppo dei «Diesel Veloci», motori considerati
rivoluzionari per l'epoca, poiché in grado di raggiungere i 1500
giri/minuto.
Nel 1955 comincia
l'ascesa della sua lunga carriera presso un'altra importante azienda
la "Grandi Motori Marini" dove, per un paio d'anni, cura l'evoluzione
dei nuovi propulsori. Forte della precedente esperienza, ha il compito
di aggiornare una tecnologia obsoleta che limita i grandi Diesel
a soli 100 giri/minuto.
Successivamente
passa alla SPA di Torino, fabbrica che produce camion, autobus e
trattori. In breve lo stabilimento di Corso Ferrucci si trasferisce
in Lungo Stura Lazio, dove vent'anni dopo sorgeranno gli stabilimenti
IVECO, ad opera del Gruppo FIAT, che trasferirà la divisione agricola
e cingolati a Modena mantenendo nel capoluogo piemontese la produzione
dei camion, autobus e motori marini, utilizzati quest'ultimi, per
muovere grandi gruppi elettrogeni.
Alla fine
del 1961, l'Ingegner Gobbato torna al vecchio amore, la "Motori
Marini Carraro": è chiamato per gestire e ottimizzare la recente
e controversa fusione con la OM. É uomo di polso, oltre che di successo:
grazie ai preziosi legami ancora presenti nell'azienda milanese,
può operare nell'interesse della nuova compagine societaria.
Dal 1965 al
1967 è Direttore generale della Ferrari,
divenendo ben presto non solo un prezioso collaboratore, ma un personale
confidente del costruttore modenese.
Al principio
del 1969 si concretizza la partecipazione del Gruppo Fiat in Ferrari:
l'avvocato Giovanni Agnelli porta a termine la trattativa che consegnerà
il 50% delle azioni a Torino, mentre il Commendatore si impegna
a una successiva opzione del 40%, riservando ciò che resta per suo
figlio Piero.
Le pressioni che arrivano dal nuovo
socio di Torino non si limitano però alla sola gestione dello stabilimento
di Maranello, ma intendono anche privare il "Cavallino" della apprezzata
collaborazione dell'ingegner Gobbato, affinché ricopra il ruolo
di Direttore Generale della Lancia, marchio ormai di fatto acquisito
dal Gruppo e bisognoso di rinnovamento.
"Le trattative Fiat per il passaggio
di proprietà erano durate parecchio tempo e sembravano non andare
mai in porto - ricorda Gobbato - perché all'ultimo momento
c'era sempre qualche cosa in più che si voleva, da una parte o dall'altra.
Credo che a determinare il passaggio definitivo della proprietà
azionaria, sia pesata la forte crisi economica che da tempo attanagliava
la Lancia."
Enzo Ferrari
accordò il trasferimento di Gobbato che viene dapprima assunto in
Fiat, a capo della "Divisione Servizi" di Corso Marconi a Torino,
con il compito di coordinare gli approvvigionamenti e supervisionare
così all'operato di tutti gli uffici acquisti del Gruppo, in attesa
del suo definitivo trasferimento in Lancia.
Nel periodo
di transizione Fiat, Gobbato viene inoltre chiamato a curare i rapporti
con le forze produttive delle società nord americane, impegnate
in collaborazione con il marchio italiano, nella fabbricazione di
macchine agricole, oltre a partecipare, naturalmente, alla valutazione
degli impianti e dei macchinari dei tre stabilimenti Lancia, quello
di Torino, Chivasso e Bolzano, oltre ad una piccola officina ausiliaria
a Omegna.
Infine, nell'ottobre
del 1969, quando il Gruppo Fiat conclude l'acquisizione del marchio
Lancia, Gobbato può finalmente ricoprire la sua carica: al principio
quella di Vice Direttore Generale, poi nell'aprile dell'anno successivo,
occupa il vertice grazie ai pieni poteri conferitogli direttamente
dall'avvocato Giovanni Agnelli.
Appena entrato
in Lancia, Gobbato si trova nella scomoda situazione di dover far
fronte alle numerose carenze tecniche, all'assoluta assenza di nuovi
progetti e ad un organico armai allo stremo delle forze dopo anni
di crisi economica.
"La situazione
era drammatica: calo vertiginoso delle vendite, vetture buone nell'impostazione
ma ormai vecchie, nessun progetto per il futuro, sia in campo automobilistico
che per i veicoli industriali. Insomma, i cassetti erano vuoti.
Il lato positivo era la grande capacità e il grande attaccamento
all'azienda da parte dei dipendenti, impiegati ed operai e la gran
voglia di fare. Nonostante non corresse buon sangue fra i due marchi,
l'avvento della Fiat venne vissuto come un salvagente per l'azienda.
La cosa che funzionava meglio in Lancia era il Reparto Corse dove,
con mezzi ridotti ma grandi capacità, si continuavano a raccogliere
allori grazie alla Fulvia, all'epoca temuto concorrente nei rally,
schierato nelle sue tante versioni, berlina, coupè e barchetta.
Bisognava tener vivo il nome Lancia e capii che questa opportunità
mi poteva arrivare continuando in questa specialità. I risultati
alimentavano, a corrente alternata, speranze e delusioni, ma le
prospettive erano sempre più pessimistiche, specie se rapportate
a quanto stava facendo la concorrenza che metteva in campo vetture
più moderne e motori sempre più potenti. Nonostante questo, qualche
anno più tardi Munari, in virtù anche della trazione anteriore,
avrebbe vinto una storica ed innevata edizione del Rally Montecarlo,
proprio al volante della obsoleta Fulvia."
Le
corse furono dunque un pretesto che l'ingegner Gobbato seppe sfruttare
al meglio per rilanciare il marchio Lancia.
"Parlai
a lungo con Cesare Fiorio, responsabile del Reparto Corse, confrontandomi
sulla soluzione da trovare: per mantenerci al vertice della specialità
dovevamo, per prima cosa, rispondere alla Renault, che con l'Alpine
aveva raggiunto un dominio assoluto nei rally. Ancora per tutto
il 1970, vivemmo tra un risultato soddisfacente e uno meno, ma ormai
avevamo la certezza che bisognava fare qualcosa. Arrivò l'autunno
e con esso anche il Salone dell'auto di Torino, dove ebbe inizio
quella che posso definire una svolta, non solo per la partecipazione
della Lancia alle corse, ma per l'intera specialità."
Come
in tutte le edizioni i carrozzieri presentavano modelli che eccitavano
la fantasia grazie alle famose "dream cars", che generalmente però,
esaurivano la loro missione nell'arco della durata del salone. Nuccio
Bertone all'interno del suo stand presentò la prima versione di
una strana e affascinante vettura, a cui era stato dato un nome
ermetico che significa tutto e nulla: Stratos.
"Si
accese una scintilla: se fossimo riusciti, attirando l'attenzione
visiva e ottenendo dei risultati, avremmo risolto tutti i nostri
problemi!"
Su
quella prima Stratos, il "Prototipo Zero", Bertone aveva montato
il gruppo motopropulsore della Fulvia HF 1.6, il quale, evidentemente,
non era adatto a quella vettura.
"Era
una macchina in cui bisognava stare sdraiati, ma Bertone la guidò
personalmente fino in Lancia: abbiamo fatto fatica a tirarlo fuori,
ed io ne ho fatta altrettanta per entrarci! Però ricordo che ne
rimasi entusiasta! Ho pensato: se questo signore, che in definitiva
fa il carrozzerie, ha voluto provarci anche con un motore inadatto,
perché non approfondire il progetto? Quel prototipo ci aveva dato
una preziosa idea..."
La
vettura però era ancora lontana dalla versione definitiva.
"Non
era soltanto la mancanza di potenza, quanto la posizione di guida,
completamente sdraiata e la ridottissima altezza da terra che costringevano
il pilota a un impossibile esercizio di contorsionismo. Con Bertone
raggiungemmo molto presto un accordo per creare una vettura più
pratica e razionale. Bertone aveva già carrozzato la Lamborghini
Miura, anch'essa con motore centrale posteriore, poi disponeva del
Ferrari Dino V6, con il quale allestiva i coupé della Fiat. Utilizzare
il motore Ferrari poteva rappresentare la soluzione di potenza che
stavamo cercando. Ancora una volta, Venne affidato
a Marcello Gandini il compito di trasformare il prototipo "Zero"
nella versione definitiva:
ebbe un intuito formidabile passando da quella "dream car" alla
carrozzeria della Stratos, con un'agilità mentale che ancora oggi
mi stupisce: mi lasci dire che quella macchina è moderna anche nel
terzo millennio!"
A
questo punto la versione definitiva della Stratos c'era e anche
la scelta del motore sembrava cosa fatta.
"Ne
parlai subito con Ferrari perché la produzione dei motori per il
coupé di Bertone e gli spider di Pininfarina si stava esaurendo:
occorreva quindi approvvigionarsi delle attrezzature necessarie.
Ferrari, pur senza particolare entusiasmo, rispose di si, anche
perché sarebbe stato pagato profumatamente. Bertone ne era entusiasta!"
Ma
le prime difficoltà sarebbero arrivate di li a poco.
"La
Stratos nacque per essere un prototipo, con caratteristiche che
permettessero di ben figurare nei rally e per tener vivo il nome
Lancia nel periodo più difficile della sua vita aziendale. Mi fu
lasciata carta bianca fino a quando la Federazione Internazionale
non decise che la partecipazione ai rally sarebbe stata riservata
alle vetture Gran Turismo di Gruppo 4. Ciò significava che la produzione
doveva essere di almeno 500 esemplari e qui mi trovai davanti ad
un baratro! L'idea iniziale era quella di realizzare, otto, dieci
macchine per correre, ma da quel momento i nuovi regolamenti ci
imponevano uno sforzo troppo grande, insostenibile con le sole forze
della Lancia. A maggior ragione in un momento dove voi ricorderete
bene che nelle corse la Lancia arrivava prima e la Fiat seconda
e la cosa non era certo gradita, soprattutto perché erano loro a
pagare gli stipendi!"
I
vertici Fiat si opposero con vigore alla produzione in serie della
Stratos, visto che sarebbe stata una scomoda concorrente in vista
dell'uscita della Fiat 124.
"Hanno
fatto di tutto perché ci ritirassimo. Io sono stato fatto oggetto
di pressioni per abbandonare il progetto, ma ho tenuto duro, anche
perché speravo che si capisse che in definitiva questo serviva al
bene della Lancia e non al male della Fiat."
Quale
tipo di pressione esercitarono affinché abbandonasse il progetto?
"Il
primo segnale fu il deciso dietro-front operato da Ferrari. Il vecchio
amico mi chiama e mi spiega che del progetto Stratos non se ne fa
più niente! Non capisco e cerco di avere delle spiegazioni, ma Enzo
si congeda con un secco "lascia perdere." Ho capito che aveva ricevuto
delle pressioni. Vedevamo così sfumare i nostri sogni perché non
c'erano alternative a quel gruppo motopropulsore; né Lancia, né
Fiat avevano nulla di adatto, ci sentivamo proprio in crisi. Nuccio
Bertone mi incoraggiò a non demordere; gli devo molto, perché mi
garantì che avrebbe potuto assolvere personalmente all'impegno delle
500 vetture. Era già qualcosa, ma mancava il cuore. Mi rivolsi ancora
una volta a Enzo Ferrari, che però negò ancora il suo aiuto."
Gobbato
con la tenacia di chi crede fermamente in un impresa da tutti considerata
impossibile, decide allora di rivolgersi direttamente al grande
capo: Giovanni Agnelli.
"L'avvocato
mi aveva tirato più volte in ballo per il matrimonio Fiat-Ferrari,
dandomi l'impressione che le competizioni lo solleticassero... Andai
da lui il 7 novembre del '71, l'ho scritto nei miei appunti: se
dobbiamo correre, dobbiamo farlo per vincere, gli dissi, altrimenti
non serve a nulla! Gli raccontai le peripezie del nostro programma
lamentando che le disposizioni negative stavano privando la Lancia
di una grossa opportunità, di un ritorno pubblicitario che ritenevamo
estremamente favorevole. Dissi che non capivo perché mi venisse
negata la possibilità di utilizzare il motore Ferrari che, fin dal
settembre '69, era venuta a far parte della Fiat, e lo pregai di
autorizzarmi. Se fosse stata confermata la disposizione negativa
mi sarei arrangiato in modo diverso..."
E
lui cosa rispose?
"Ebbe
un moto di meraviglia e chiese: "Cosa vuol dire arrangiarmi?"
Mi fu difficile spiegarlo, perché ci trovavamo in un momento assai
poco propizio. In quel periodo la Lancia, per accordi Fiat-Citroen,
stava studiando una vettura due litri in collaborazione la casa
costruttrice francese (si trattava della Beta) per la quale avrebbe
dovuto fornire anche il famoso impianto centralizzato oleodinamico
che utilizzava per le sue vetture. I colloqui erano sempre molto
difficili perché tutti e due, Fiat e Citroen, erano convinti di
essere i più bravi, quindi noi che stavamo nel mezzo facevamo la
figura del salame! Però questi accordi c'erano... Siamo andati con
Camuffo a Parigi a provare queste auto, ma la trattativa era difficile
e avevamo la netta sensazione che non sarebbe mai andata in porto.
La Citroen aveva da poco acquistato la Maserati: la Merak, montava
un propulsore di 3000 centimetri cubi. Dissi all'avvocato: "Questo
motore può essere montato sulla Stratos". Mentre pronunciavo
quelle parole pensavo che alla fine della mia esposizione sarei
stato invitato a lasciare non solo l'ufficio, ma anche la Lancia!
In effetti i miei timori erano fondati perché pochi giorni dopo
venne ufficializzata la rottura delle trattative Fiat-Citroen. Invece
l'avvocato stette a sentirmi, e alla fine disse: "Lei ci provi".
Sapeva perfettamente che ormai le cose stavano andando male, quindi
quel "ci provi", era come dire: levati la soddisfazione,
tanto non potrai farne niente! Invece lo presi in parola: andai
a Modena per incontrare l'ingegner Malleret, responsabile della
Citroen-Maserati, per parlargli del nostro progetto, per avere il
loro motore. Lo trovai molto interessato, ma doveva chiedere l'autorizzazione
ai suoi capi. Di li a qualche giorno l'ingegnere transalpino avanza
una stramba ipotesi: la Citroen avrebbe acconsentito alla fornitura
dei motori ammesso che la richiesta arrivasse direttamente dall'avvocato
Agnelli. Non fu una mossa molto astuta, perché all'indomani della
rottura delle trattative non era il caso di andare a stuzzicare
l'avvocato, che per altro aveva il suo bel caratterino!"
Morale?
"Tutto
fermo. La Maserati tuttavia si dimostrò ugualmente disponibile a
fornirci il motore cilindri 3000 cc. della Merak 6, anzi ci offrì
addirittura in alternativa un motore più potente, il 4200 cc. montato
sulla Quattroporte. La cosa ci apparve molto strana, comunque ai
primi di gennaio del '72 ebbi un nuovo colloquio con Malleret a
Milano per vedere quali fossero le procedure per avere quei motori.
La notizia di questo incontro risuonò come una bomba a Maranello.
Ferrari che sapeva sempre tutto quello che succedeva in casa di
"quelli là", come chiamava gli uomini della Maserati,
mi chiamò e disse: "Te li fornisco io i motori." Risposi
che stavo procedendo diversamente, ma Ferrari seppe essere davvero
convincente. Da quel momento anche l'atteggiamento della Fiat cambiò,
grazie al celato intervento dell'avvocato."
Allora
era cosa fatta?
"Tutti
gli ostacoli furono superati e in breve ci assicurammo la fornitura
dei 500 motopropulsori, che avvenne nel febbraio del 1972. Enzo
Ferrari dal canto suo, pretese in cambio che Sandro
Munari partecipasse ad alcune competizioni riservate alle Sport
Prototipi con una Ferrari." (Vedi
Comunicato Stampa)
Parte
del successo della Stratos si deve quindi anche al suo motore?
"Non
so se la macchina avrebbe avuto lo stesso successo, ma il fatto
che le vittorie della Stratos siano state legate al motore Dino
Ferrari in definitiva, ricambiava ciò che a suo tempo era stato
fatto dalla Lancia per la Ferrari, quando cedette le macchine di
Formula 1 e la Ferrari tornò a vincere."
La
Lancia divenne in quegli anni una squadra imbattibile.
"Tutta
la squadra Lancia si mise a lavorare intorno al progetto. Cesare
Fiorio, il responsabile del reparto corse, ci diede tutte le indicazioni
per contrastare gli avversari. Dello staff facevano parte anche
l'ingegner Di Virgilio, che aveva in passato partecipato al progetto
della Lancia D 50, poi ceduta alla Ferrari come Formula 1, l'ingegner
Camuffo, che era il direttore tecnico, Gianni
Tonti, responsabile tecnico del reparto corse e Claudio Maglioli,
che fu anche il primo collaudatore della Stratos. Sandro Munari
fu il pilota che portò questa vettura alle vittorie in tutto il
mondo. Oltre a questo nucleo centrale non posso dimenticare l'ingegner
Dallara, che pure ha collaborato alla messa a punto della vettura,
e il povero Mike
Parkes, che dalla Ferrari era stato trasferito a Torino per
seguire lo sviluppo della Stratos e che perse la vita in banale
incidente stradale. Da questa collaborazione, da questo interessamento
generale è venuta fuori una macchina eccezionale. Ancora più eccezionale
se contiamo il breve tempo impiegato per farla nascere e andare
su strada!"
Quando
cominciarono i collaudi?
"Il 26
febbraio del 1972, con alla guida Claudio Maglioli, la Stratos compie
i primi giri sulla pista Lancia di Chivasso. La macchina, con tutte
le sue traversie e con la collaborazione di piloti e meccanici del
reparto corse, fu messa a punto, tanto che nel 1973 Munari e Mannucci
colsero la prima vittoria al Rally Firestone. Un risultato ancor
più brillante fu ottenuto alla Targa Florio, dove la Stratos si
classificò seconda assoluta. Quello fu l'ultimo anno in cui la Targa
venne disputata come prova di velocità pura, valevole per il Campionato
Mondiale Marche."
E
poi la storia continuò.
"Superate
le difficoltà, cominciammo a darci da fare per l'omologazione della
Stratos nella categoria Gran Turismo di Gruppo 4, che ci venne concessa
il primo ottobre del 1974. I responsabili dei controlli mostrarono
grande pignoleria: vollero vedere tutte le macchine. A Chivasso
avevamo allestito un capannone per montare le vetture: finalmente
venne contato il cinquecentesimo esemplare, e ci arrivò tutta la
documentazione dell'ammissione. Di qui iniziò la storia dei risultati
sportivi. La Stratos dimostrò un'innegabile superiorità nel triennio
che va dal 1974 al tutto il '76. Proprio in quell'anno lasciai la
Lancia, ma la Stratos continuò a vincere anche se le pressioni sempre
più forti da parte della Fiat, la costrinsero ad un pensionamento
anticipato. Non vorrei apparirvi immodesto, ma se avessi ceduto
alle pressioni, la Lancia Stratos non sarebbe mai nata!"
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